Intervista a Riccardo Bruni

Intervista a Riccardo Bruni

Intervista a Riccardo Bruni

Come promesso ecco a voi l’intervista a Riccardo Bruni, autore de La notte delle falene e del più recente La stagione del biancospino. Dovete però sapere che, essendo io totalmente incapace a far queste cose, è stato Riccardo a rompere il ghiaccio e a portarmi con la manina verso le domande che avrei voluto porgli.

Perché ci troviamo nello stand dedicato alla regione ospite del salone del libro, ovvero la Toscana?

Ci troviamo qui perché La stagione del biancospino è una storia ambientata in un piccolo pezzo di Toscana, ispirato direttamente al monte Amiata, a cavallo tra la provincia di Siena e quella di Grosseto. È un luogo magico, io lo adoro. Sebbene i posti non siamo mai citati direttamente nella storia, chi conosce quei luoghi li riconoscerà subito. Si parla di una montagna nella bassa Toscana, si parla di caccia al cinghiale e castagne, e di un’antica faggeta. È un luogo davvero meraviglioso, che frequento spesso. Con questi ultimi romanzi ho voluto portare la narrazione in luoghi che conosco bene, piccoli pezzi di provincia che avevano per me il senso di un’assoluta ordinarietà. Perché volevo che questi contesti fossero veri, autentici nel modo più assoluto. E di conseguenza risultasse autentico il male che all’improvviso vi irrompe.

La storia è raccontata dai punti di vista di tre gatti. Uno rosso, uno nero e uno bianco. Perché questa scelta?

Mi piacciono i punti di vista insoliti. Nella Notte delle Falene a raccontare la storia di un omicidio era la vittima, Alice. Qui all’inizio avevo intenzione di affidare ai tre gatti un ruolo di secondo piano, rendendoli un elemento di continuità, ma sullo sfondo, per le vicende che compongono la trama, che all’inizio sembrano essere indipendenti tra loro e che andando avanti invece si comprende quanto siano legate. Poi è successo che questi gatti hanno reclamato più spazio. Da elementi di sfondo sono entrati letteralmente in scena. E allora ho avuto l’idea di affidare loro un ruolo tipo il “coro” nelle tragedie greche, che riassume e commenta la vicende, e in questo caso anticipa anche cose che stanno per accadere. Perché i gatti hanno un sesto senso molto sviluppato.

Il personaggio a cui ti sei più affezionato durante la stesura del romanzo?

È difficile dirlo. Ogni personaggio ha una parte di me. È un po’ come disse una volta John Gardner a Raymond Carver, che era suo allievo. Disse “ricordati che tu non sei mai i tuoi personaggi, sono loro a essere te”. Ognuno dei tuoi personaggi ha un suo modo di essere te. Forse per La stagione del biancospino ce n’è uno che è me in modo più diretto degli altri. È un personaggio secondario. Michele, il ragazzo che insegna a Viola a suonare la chitarra. Compare solo in un paio di scene, perché è una delle vittime di quella tragedia che conosciamo subito all’inizio del libro. Lo vediamo attraverso i ricordi di Viola. Io alla sua età ero un po’ come lui. Le mie giornate erano piene di musica. La ascoltavo, la suonavo. Avevo anche i miei gruppi. Solo che i miei gusti non erano sempre in sintonia con gli altri, perché io ascoltavo sempre cose un po’ datate. Il fatto è che io ho iniziato ad ascoltare la musica con i dischi di mio padre. I Pink Floyd, per esempio. E quando uno inizia con i Pink Floyd, poi è difficile passare ad altro. Per cui avevo questi gusti un po’ vecchi, come il ragazzo del mio romanzo.

Nel 2010 hai vinto il concorso IoScrittore e qualche anno dopo sei stato candidato al Premio Strega. Cosa significa per un autore emergente passare dall’auto pubblicarsi a vedersi pubblicato da una casa editrice come Amazon Publishing?

Quando con Amazon Publishing abbiamo iniziato a lavorare al mio romanzo “La notte delle falene”, la casa editrice ancora non esisteva. Alessandra Tavella aveva voluto quel libro per avviare le pubblicazioni della nuova casa editrice, che in America già esisteva da qualche anno ma in Italia stava arrivando allora. È stato un momento pieno di energia e di entusiasmo, anche da parte dello studio editoriale Thesis che mi ha affiancato nella lavorazione. E dopo quattro mesi, Alessandra mi chiama e mi dice che siamo allo Strega. È stata una sensazione davvero pazzesca. Anche perché, per via del fatto che Amazon entrava nel mondo dello Strega, c’è stata una grande attenzione da parte dei media. Mettici anche che io venivo dalle autoproduzioni… Mi ricordo che su Repubblica, Raffaella De Santis mi definì un «marziano sceso dall’astronave di Amazon». Ecco, mi sentivo proprio in quel modo.

Tutti i tuoi romanzi sono disponibili sia in formato cartaceo sia in formato digitale. Tu, da scrittore e da lettore, cosa preferisci?

Di solito dopo questa domanda scatta il derby tra quelli che «il digitale è più comodo» e quelli che «ma vuoi mettere l’odore della carta». Io leggo prevalentemente in digitale, ma adoro i libri di carta. E sono convinto che il giusto approccio che tutti noi lettori dovremmo avere è di considerare questi due formati come complementari. Non c’è alcun conflitto. Credo che l’ebook sia il miglior amico del libro. Perché ha portato il libro in una dimensione, quella digitale, dove volenti o meno trascorriamo una buona parte della nostra giornata, tra lavoro, amici, giochini, applicazioni e via dicendo. Senza una sua versione digitale, il libro sarebbe stato tagliato fuori da questo mondo. Un rischio enorme. Il vero nemico dei libri è il fatto che in Italia leggiamo poco. E proprio in questa direzione, credo che l’ebook abbia delle buone carte da giocare per avvicinare alla lettura persone che abitualmente non leggono. È per questo motivo che quando da Amazon mi hanno detto che una compagnia telefonica voleva  inserire “La notte delle falene” tra i libri digitali che sarebbero stati messi a disposizione dei nuovi abbonati, ho accettato con entusiasmo. Chiaramente, non può essere l’unica strategia. Ma credo sul serio che possa funzionare. Da autore, invece, al digitale devo moltissimo. La distribuzione digitale ha reso possibile reinventare il concetto di autoproduzione, così come era avvenuto per la musica e per il cinema. E ha liberato nuove energie, nuove pratiche e nuove voci.

Progetti per il futuro?

Un nuovo libro, ovviamente. Ma siamo ancora in fase embrionale. Prima di mettermi a scrivere una nuova storia butto giù diverse tracce, a volte anche una decina. Poi cerco di capire quale di queste mi dà l’opportunità di aprirmi di più, di espormi di più. Scrivere, in parte, vuol dire anche esporsi. A quel punto inizio a lavorarci. Ma fino a una prima stesura tengo tutto per me. Ai lettori di Niente di Personale faccio però una promessa solenne: non appena sarò pronto a parlarne, lo saprete.

Vorresti dare un consiglio a coloro che, come me, vorrebbero cimentarsi nella scrittura di un libro ma non hanno idea da dove cominciare?

Da una storia. Sembra scontato, in parte lo è. Ma è da lì che si comincia. Prima uno spunto, un’idea, anche vaga, che può venire da un posto qualsiasi. Poi l’idea deve allargarsi, come le onde prodotte da un sasso nell’acqua. E arrivi ad avere la tua trama. Ci vuole mestiere, ci vuole passione, ma soprattutto devi sentire l’urgenza di raccontare quella storia. Perché non può esserci solo la “voglia” di farlo. La voglia passa presto, con la prima giornata di sole e quella passeggiata che ti chiama. Ma se senti il bisogno di raccontare quella storia, allora non può fermarti niente. Devi scriverla. E allora, prendi il respiro, preparati, e molla gli ormeggi.


Io ringrazio nuovamente chi è venuto ad ascoltare la presentazione, lo stand Toscana che ci ha ospitati, Riccardo Bruni che è una persona fantastica e non smetterò di essere in debito con lui per l’occasione che mi ha dato e ringrazio voi che leggerete questa intervista. Siate clementi con me, devo ancora fare pratica con le interviste. Non è che capita proprio tutti i giorni eh… Mi son divertita tantissimo e alla fine è questo che conta, almeno per me.

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