La briscola in cinque

La briscola in cinqueLa briscola in cinque

La rivalsa dei pensionati. Da un cassonetto dell’immondizia in un parcheggio periferico, sporge il cadavere di una ragazza giovanissima. Siamo in un paese della costa intorno a Livorno, l’immaginaria Pineta, “diventata località balneare di moda a tutti gli effetti, e quindi la Pro Loco sta inesorabilmente estinguendo le categorie dei vecchietti rivoltandogli contro l’architettura del paese: dove c’era il bar con le bocce hanno messo un discopub all’aperto, in pineta al posto del parco giochi per i nipoti si è materializzata una palestra da body-building all’aperto, e non si trova più una panchina, solo rastrelliere per le moto”. L’omicidio ha l’ovvio aspetto di un brutto affare tra droga e sesso, anche a causa della licenziosa condotta che teneva la vittima, viziata figlia di buona famiglia. E i sospetti cadono su due amici della ragazzina nel giro delle discoteche. Ma caso vuole che, per amor di maldicenza e per ammazzare il tempo, sul delitto cominci a chiacchierare, discutere, contendere, litigare e infine indagare il gruppo dei vecchietti del BarLume e il suo barista. In realtà è quest’ultimo il vero svogliato investigatore. I pensionati fanno da apparato all’indagine, la discutono, la spogliano, la raffinano, passandola a un comico setaccio di irriverenze. Sicché, sotto all’intrigo giallo, spunta la vita di una provincia ricca, civile, dai modi spicci e dallo spirito iperbolico, che sopravvive testarda alla devastazione del consumismo turistico modellato dalla televisione.

Pineta è un piccolo paese e quando viene ritrovato il cadavere di una ragazza, tutti si sentono in dovere di dire la propria. Ancor di più dal momento che il ritrovamento è stato fatto da Massimo, proprietario del bar dove un’allegra combriccola di vecchi si ritrova ogni giorno per giocare alla briscola in cinque.

Non mi dilungo troppo sulla trama perchè la sinossi racconta già tutto il raccontabile, tranne il nome dell’assassino. Ho scoperto Malvaldi. Sì, mi piace. Certo, non è il mio genere. Ma non ridevo così tanto da moltissimo tempo. Il dialetto toscano sulle prime mi è sembrato un handicap ma dopo una telefonata al mio amico fiorentino Stefano e aver sentito nuovamente la cadenza toscana, leggerlo è stato uno spasso. Uno spasso reale! Nella mia testa non stavo solo leggendo ma recitando un dialetto non mio. Sia chiaro, io non parlo nessun dialetto. Le mie origini sono mezze campane e mezze calabresi, vivo a Torino ma le vacanze le ho sempre fatte in Puglia (nello specifico, ad Avetrana). Parlo solo italiano, nessun dialetto ma cadenza torinese.

Leggere quindi un intero romanzetto in toscano è stato divertente e mi ha fatto apprezzare tantissimo la storia che di per sè non è niente di speciale. Ma se non fosse per i simpatici vecchietti e per Massimo, un barrista molto particolare, forse mi sarei anche un po’ annoiata. E invece no, è stato piacevole immaginare quattro vecchi e un baldo giovine giocare a carte mentre discutono su un delitto avvenuto a due passi dal bar. Chiariamo anche questo punto, odio il gioco delle carte. Li odio tutti. E a briscola non so giocare, quindi le spiegazioni della briscola in cinque per me sono uguali all’ostrogoto. Detto questo, ne ho letto solo in serata il 65%. Il meglio l’avevo lasciato per ultimo a quanto pare.

Massimo non è certo uno scemo, laureato in Fisica, ha comprato il bar facendo tredici. L’allegra combriccola è capitanata quasi sempre dal nonno Ampelio e dagli amici di lui. Peggio delle vecchie comari. Sono quasi sicura che continuerò a seguire le avventure che accadono al BarLume, per pura curiosità e diletto. Ricordo infatti che La briscola in cinque è il primo capitolo ambientato proprio al BarLume della località immaginaria di Pineta.

4 stelle

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