La sala da ballo

La sala da balloLa sala da ballo

Inghilterra, 1911. In un manicomio al limitare della brughiera dello Yorkshire, dove uomini e donne vivono separati gli uni dagli altri da alte mura e finestre sbarrate, c’è una sala da ballo grandiosa ed elegante, con tanto di palcoscenico e orchestra. In questo luogo sognante e raffinato, i pazienti si ritrovano una volta alla settimana per danzare: qui hanno la possibilità di sentirsi liberi, di mostrare i sentimenti, di muovere i loro corpi in libertà. I desideri lungamente messi a tacere tornano ad agitare con prepotenza i cuori dei protagonisti. Proprio nella sala da ballo Ella Fay, una giovane operaia ricoverata contro la sua volontà per una crisi isterica, conosce John Mulligan, un uomo dalla sensibilità fuori del comune, che soffre di depressione in seguito a un trauma. Complice del loro incontro è Clem, una paziente affetta da manie suicide, che aiuta Ella a leggere i messaggi di John. A occuparsi di loro c’è il dottor Fuller, un medico ossessionato dall’eugenetica e fermamente convinto che la musica e la danza possano aiutare nella cura delle malattie psichiatriche.
Quattro personaggi che intrecciano le loro storie in un affresco originale e carico di significati profondi: i loro dolori e le loro frustrazioni sono anche i nostri, come pure la danza liberatoria, il coraggio di gridare, la voglia di cambiare.

Recensione

È la prima volta che leggo un romanzo ambientato in un manicomio. Un manicomio dove il benessere dei pazienti non è poi così importante come si vuol far pensare. Non per tutti, si intende. Il dottor Fuller è sia un medico che un violinista mancato e nonostante questo ha accettato di lavorare a contatto con i pazienti in entrambe le mansioni. Svolge il suo abituale ruolo di medico e il lunedì suona il pianoforte per loro. Il venerdì li convoca in sala da ballo dove tutti sono tenuti a ballare almeno una volta, convinto che la musica possa aiutarli nella guarigione.

Questo almeno finchè non si fissa a voler salvare il mondo dai pazzi e inizia a prendersela letteralmente con i pazienti, diventando odioso. Prima Clem, con manie suicide; poi con Ella solo perchè si è invaghita di John e infine con John solo perchè gli va.

John alzò il badile sulla terra dura dell’inverno. E pensò a dove si trovava. Al tempo che aveva passato lì. E quello che era semplice andò a pezzi e si frantumò in schegge e frammenti.

Nella prima parte del romanzo conosciamo i personaggi e l’ambiente in cui passano le loro giornate. Il manicomio non è diverso da un ospedale per certi versi e le dinamiche sono molto simili. I personaggi di Ella e Clem e poi John rafforzano l’idea che mi son fatta da sempre dei manicomi. Personale anaffettivo, medici incompetenti e politica che se ne frega. Gli inabili sono visti come un peso per la società, una minaccia e come tale va estirpata. Questo diventa la nuova ragione di vita di Fuller che in un primo momento mi era sembrato molto più umano di quel che in realtà è.

I personaggi sono di fantasia, il manicomio esiste davvero. L’ambientazione è e resta affascinante ma la storia è diventata presto noiosa, con la descrizione monotona della giornata o del meteo. Avrei preso a schiaffi più e più volte Fuller, soprattutto alla fine.

Il finale mi ha lasciata tra il basito e l’interdetto. Mi aspettavo qualcosa di diverso, un lieto fine diverso. Se di lieto fine si può parlare. Non ho amato particolarmente la scrittura de La sala da ballo che ho trovato lento e a tratti noioso. Il romanzo non è lunghissimo ma la lettura l’ho trascinata avanti per quasi una settimana. Alla fine, non vedevo l’ora che finisse.

Peccato perchè la cover de La sala da ballo è strepitosa, l’ambientazione anche ma la prosa… non è così interessante!

#2017readingchallenge


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